 "Tu, come gli altri, mi dovevi conoscere dopo. Dopo ero una persona meglio."
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LifeInAGlassHouse
"poi piovve dentro a l'alta fantasia"
Il problema, Chiara, è che per le madri sono periodi duri questi.
Difficili, pesanti. Sono periodi che non scivolano. Sono periodi che si attaccano all'asfalto. Si attaccano, Chiara e non passano.
I momenti, dico. Per questo non parlano. Le madri, intendo.
Ma nel tempo libero che fanno?, chiese Chiara, scuotendo la frangetta tutta.
Piangono, credo.
La quarta volta che sono morta mi uccise un editor di Fazi e la sua gonna.

Quando sono scesa dal treno era solo terra straniera.
Io non ero una giornalista.
Il mio cappotto nero era vecchio 8 mesi.
Il telefono vibrava: era mamma.
E comunque non avevo fame.
Quando tornerai non potrò non guardarti, ma fingerò il contrario. Avrò gli occbi impastati di cipria, e la maschera tolta a metà. Sarò incapace di camminare, di alzare la testa, di fare il caffè. Pertanto non dirò molto, guardare un pò avanti e un pò indietro, ti fisserò la punta delle scarpe, ti chiederò: dove sei andato? e come posso chiamarti adesso? e come ci sei finito adesso nel mio camerino? adesso che le protesi sono nuove, la cicatrice... la cicatrice... la cicatrice per favore, non guardare. Guarda fuori dalla finestra. che cos'è oggi quest'esigenza di neve?
Quanto pagasti quella giacca quella che comprammo insieme quella che io insistevo saltando, dicendo ti prego, tiprego, ti prego.
Ricordi?
Oggi l'amore sono io che guardo fuori mi allaccio le scarpe tu passi io non ti vedo. Tu che chiudi le porte non lasci entrare gli odori, salvi le tende dall'usura del tempo, dalle unghie del gatto. Io da sola che guardo in alto, mia madre che scalpita a telefono e non t'aggredisce ti chiede soltano: lì, lì, da voi che ora è?
Ricamart il viso.
Legarti le mani.
Dirti: vai dove devi andare non tornare portati le chiavi.
Annegare.
Dire: madre madre madre, lavami i capelli.
E vorrei parlarti praticamente raccontarti di come mi cadono le cose davanti ai piedi di come poi c'inciampo di come poi dovrei e non canto quando il cane mi mette la lingua nella mano destra e mi dice: sono io. di come quando mi alzo e ti corro incontro urlando un nome sillabandolo diventa così un nome sbagliato e comunque ti stringo ti racconto una storia che non ha senso nè titolo nè trama nè niente una storia per cui apro solo la bocca e poi la chiudo e attorno a noi comunque non cambia niente.
Io mi so solo gestire le dita, quando.
Scriverò un libro solo per farti piangere.
amore, non correre.frena la fantasia. legati le arterie. limati i denti passati poi una mano tra i capelli e spogliati. la sciarpa ti graffierà il collo ti lascerà segni che non cancelleremo mai la sciarpa che è la mia sciarpa me lo ricordo proprio adesso che mi sono cadute le mani le parole quindi ti vengono incontro da sole. mastico discorsi che non mi appartengono. sputo in tutti i piatti. spero solo, amore, che tu non patisca troppo il freddo e che a un certo punto le montagne crollino e che nessuno - ripeto NESSUNO- rimanga davvero a piedi scalzi.
e quando mi voltai tua madre sulle scale mi disse: ti raccomando i suoi capelli, te li raccomando- mi strillava- te li raccomando, non toccarli - e fu la prima cosa che ti toccai appena fummo soli, strappandotene poi uno senza farti accorgere di nulla. Erano quelle le ceneri di un feticismo lontano che aveva già assillato generazioni e generazioni di miei avi e che comunque era riuscito ad insediarsi anche in me, e mi faceva male talvolta quando vedevo qualcosa, quando toccavo qualcosa e poi si faceva vivo il desiderio di portarlo con me per sempre quel qualcosa anche quella volta fu così era una fitta uno spasimo un urlo un attimo come quando ricevi delle testate contro lo sterno come quando a mare all'improvviso il buio e non respiri più.
Il capello non te lo strappai, lo spezzai. è più giusto dire così dal momento che in quel preciso istante lo scopo era non provocarti male alcuno. e andammo con quella consapevolezza che il cuore che il cuore che il cuore.
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